ViVaVe inaugura il filone degli amori plutonici e pletorici, i quali, a differenza dei platonici che sono angelici e prevedono non ci sia consumazione, sono infernali e pretendono la consunzione integrale dello spasimante, che proprio nella mancata corresponsione raggiunge l’acme di un languore che non deperisce. Il lettore, o la lettrice, che dovessero incamminarsi a fianco di Icaro in questo suo tormentoso viaggio alla conquista di ciò che appare a portata di braccio ma ogni volta si rivela un miraggio, si ritroverà egli stesso, o ella medesima, a tormentare un membro eretto, o a suppliziare una vulvetta tumida, senza certezze su come andrà a finire.

Icaro Gaiavenni (parrebbe suggerirlo perfino il nome) è un uomo che ambisce a diventare uccello: e che come uccello (a quanto il cognome preconizza) agogni al più felice e agonico degli esiti. Cionondimeno il sentiero che ha intrapreso è dei più tortuosi e arditi: diciassette sogni non basteranno a instradarlo verso un gioioso risveglio; non saranno sufficienti diciassette baci per risparmiargli altrettanti smacchi; e al termine della penultima via-crucis, composta da diciassette stazioni, lo attenderà una sorpresa, che sarà successivamente soppiantata da un’altra, spodestata a sua volta da una terza, fino a perdere il conto e la cognizione di quanti siano i fatti stupefacenti e quali i personaggi stupefatti.

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