Un tram chiamato ventitré – Otto

Le ipotesi che si erano andate accumulando sul conto di quell’uomo, venute meno le più astruse, ossia che patisse d’un difetto congenito alla vista o si trattasse di un professore che conduceva studi sul comportamento a cui stavamo facendo da cavie inconsapevoli o fosse un’analfabeta che ignorava d’esser tale, si erano ridotte a una soltanto, che trovava fondamento nella grettezza dell’umana specie. Secondo questa tesi l’uomo era semplicemente indispettito dalla sfacciataggine dei passeggeri intenti a leggere a sbafo il suo giornale, a cui voleva rendere più ardua la lettura.
Tuttavia, quando una delle sue storiche dirimpettaie non aveva più resistito alla curiosità e gli aveva domandato perché leggesse il giornale sottosopra, egli aveva risposto, con un candore sorprendente: “ìsoc oilgem ovort im éhcreP”.

Un tram chiamato ventitré -Sette

La si sentiva sbraitare al telefono prima ancora che comparisse e insisteva, una volta a bordo, a lanciare improperi all’indirizzo della madre o del compagno o della figlia o di chiunque avesse avuto l’infelice idea di telefonarle o di rispondere a una sua chiamata.
Era indifferente agli sguardi; sorda ai colpi di tosse; insensibile all’acciaccatura degli alluci. Sembrava trovar pace soltanto nell’atto di rovinarla agli altri, tanto da alimentare il sospetto che non esistesse alcun interlocutore reale ma si trattasse di fantasmi che le davano il pretesto per strepitare. Finché una mattina non ha commesso l’imprudenza di dettare il proprio numero di cellulare a un improbabile operatore telefonico con cui era in lite per una ricarica non andata a buon fine.
Dal giorno successivo sarebbe bastato un rapido scambio di sguardi tra i passeggeri abituali, perché uno di noi la chiamasse e se ne stesse zitto, senza proferire verbo, in attesa che dopo il quindicesimo “PRONTO?!” andato a vuoto, ella spegnesse il telefonino per scoraggiare il pazzo che la perseguitava tutte le mattine.

Un tram chiamato ventitré – Sei

Avrà avuto le sue buone ragioni, ma possibile che non riuscisse a smettere di piangere?
Non emetteva rumori di sorta, è giusto dargliene atto, ma i gesti con cui tentava di arginare le lacrime erano così commoventi e vani, che se si fosse messa a singhiozzare gliene saremmo stati grati. Perché doveva sommare allo strazio delle lacrime la pena del pudore nel versarle?
Cos’altro potevamo fare per toglierla dall’imbarazzo se non sforzarci di non guardarla? Scendere in massa dal tram e lasciarla proseguire da sola?
Troppo tardi: alla fermata successiva un massiccio schieramento di controllori ha bloccato le uscite e un manipolo di arditi ha intrapreso la verifica dei titoli di viaggio.
Non ho potuto fare a meno di indignarmi quando ho visto uno di essi puntare in direzione della donna: “Non foste in cinque e tutti più grossi di me,” avrei voluto dirgli e poi mettere in atto, “vi scaraventerei giù dal tram”. Ma mi è toccato assistere impotente alla marcia d’avvicinamento dell’uomo in blu, il quale, giunto in prossimità della vittima, ha infilato la mano nel borsello ed estratto un pacchetto di fazzolettini che le ha regalato.
Quando subito dopo si è rivolto a me, ho avuto la tentazione di non mostrargli l’abbonamento e ripagarlo della sua gentilezza facendomi multare.

Un tram chiamato ventitré – Cinque

Non lo sopportava nessuno. Questione di tempo e avrebbero cominciato a odiarlo. Non fosse stato grande e grosso ci sarebbe stata la fila per prenderlo a cazzotti.
Per carità, niente di male nell’ascoltare musica con gli auricolari, soprattutto quando si ha la buona creanza di tenere il volume basso e non imporre agli altri i propri gusti, ma bisognerebbe evitare di lasciarsi trascinare dal ritmo e suonare il tallone a martello per l’intera durata del viaggio. Soprattutto quando al seguito del calcagno si muovono il polpaccio, il ginocchio e la coscia, propagando le vibrazioni al corpo del vicino, alla panchetta di legno su cui si è seduti, al pianale del tram e a chi è in piedi, alle gambe degli altri sedili e a chi ci è seduto sopra.
La mattina che non si era presentato al solito orario, in parecchi avevano alzato gli occhi al cielo e s’erano fatti il segno della croce. Nessuno sapeva che fine avesse fatto, ma da quel giorno non s’era più fatto vivo. Circolava la voce che le vibrazioni avessero costipato tutti i suoi organi interni nel basso addome e si fosse autodigerito.

Un tram chiamato ventitré – Quattro

Si capiva che per il vecchio era un questione di principio: e che sulle questioni di principio non intendeva scendere a compromessi con nessuno, tanto meno con se stesso.
S’inerpicava sul tram a forza di braccia per sopperire alla cedevolezza delle gambe, ma rifiutava con fermezza qualsiasi profferta di posto a sedere. Rimaneva in piedi per tutta la durata del viaggio, tenendo sulle spine chi aveva accanto e si predisponeva ad afferrarlo in caso di frenata. Quando cominciava a muoversi in direzione della porta, segno che si accingeva a scendere, costoro tiravano un sospiro di sollievo senza immaginare che il sospiro più profondo lo tirava lui.
Quel rito quotidiano rappresentava una questione di vita o di morte per il vecchio, il quale aveva giurato a se stesso che il giorno in cui non sarebbe più stato in grado di rimanere in piedi sul tram avrebbe coinciso con quello in cui ci si sarebbe buttato sotto.

Un tram chiamato ventitré – Tre

Pioveva che Dio la mandava e tutti erano costretti a fermarsi sul predellino e chiudere l’ombrello prima di farsi largo tra i passeggeri mezzo infraciditi. Il pavimento del tram era un’unica pozzanghera. A un terzo circa della sua lunghezza, partendo dal fondo, c’era una circonferenza di un metro di diametro completamente sgombra, a causa di una lesione nel tetto della carrozza da cui percolava un rivoletto d’acqua. I passeggeri a ridosso di quel perimetro puntavano i piedi e davano di gomito per non finirci sotto.
In corrispondenza della fermata numero sette è salito un ragazzino che, dopo essersi guardato intorno, ha guadagnato il centro della circonferenza sgombra e ha riaperto il proprio ombrello.
Qualcuno l’ha salutato come un genio in erba, qualcun altro gli ha pronosticato un futuro nella criminalità.

Un tram chiamato ventitré – Due

Il tram era gremito all’inverosimile e quando lei, preannunciata da una rotula nivea e una falange sfavillante, è apparsa in tutta la sua bellezza nella cornice lignea della porta anteriore, il conducente non ha potuto resistere all’impulso di offrirle il proprio posto e costringerla ad accettare. Siamo rimasti bloccati alla fermata per alcuni interminabili minuti: chi ammirando il riflesso del volto della donna nello specchietto avanti-visore, chi guardando in cagnesco il tramviere mentre cercava di spiegarle, in un inglese stentato, come chiudere le porte e ripartire. Finalmente la donna si è decisa ad agire sulle leve e a fidarsi dei binari che le suggerivano la strada.

Un tram chiamato ventitré – Uno

L’uomo era lì, seduto di fronte a me, e non faceva niente di più, e niente di meno, che starsene seduto lì di fronte a me.
Aveva i capelli puliti e pettinati in tante righe parallele, occhiali all’apparenza privi di montatura, una cravatta il cui nodo sembrava scolpito, scarpe abbaglianti, un vestito impeccabile che nonostante l’afa non gli procurava il minimo disagio: come se l’avesse tenuto in frigo tutta la notte prima d’indossarlo.
Cionondimeno, a dispetto di un aspetto informato all’ordine e alla cura, promanava dalla sua persona un non so che di inquietante: come un inno sommesso al caos e alla trascuratezza non riconducibile a qualcosa di preciso e perciò più inafferrabile e minaccioso. Quell’uomo esercitava un fascino demoniaco: attirava lo sguardo sebbene lo sguardo volesse rifuggirne.
Nella stessa rete dovevano essere finiti i miei sconosciuti compagni di viaggio, se da quando egli era salito a bordo nessuno più aveva abbandonato la vettura e il conducente aveva fatto capolino con la testa da dietro il paraschiena per capire cosa stava succedendo, prima di ritrarla di scatto alla maniera delle tartarughe. Cosa gli aveva messo paura? Che il tram potesse svuotarsi prima del capolinea e lasciarlo alla mercé dell’enigmatica creatura?
Finché una signora, senza degnarsi di dare il minimo preavviso ai cardiopatici, ha lanciato un urlo liberatorio e ha esclamato, puntando il dito indice verso il basso, “Guardate! Guardategli i piedi: calza il mocassino destro al piede sinistro e viceversa!”