y = ax2+bx+c è l’equazione tipo della parabola, che rappresenta il luogo dei punti equidistanti da una retta immobile e da un loro simile altrettanto fisso. Che l’esistenza degli uomini venga così spesso assimilata alla parabola significa che giunti al suo culmine essi non possano non avvedersi d’aver comunque caracollato a vuoto? Essendo vano il proposito di far prevalere il calore irradiato dal Fuoco sul gelido influsso della Direttrice? E a proposito di costei: siamo poi così sicuri che non sia frigida per necessità, dovendo forse assolvere l’ufficio di risparmiarci una feroce arrostitura?

Dell’autore, Tullio Serafini, si sa poco, e quel poco in via ipotetica. L’etimologia del nome è controversa: per alcuni deriva dall’etrusco “tul”, che significa getto di fontana; per altri dal greco “tulcin”, che è sinonimo di gonfiare; c’è chi invece l’apparenta al latino “tollere”, ossia sollevare; tre ipotesi che applicate al caso nostro potrebbero risultare tutte ugualmente vere. I “serafini” sono angeli dalla pleonastica dotazione alare, appartenenti alla prima e più nobile schiera a dispetto d’una sospetta ascendenza draghesca. A cosa possa esser venuto fuori da questo abbinamento preferiamo non pensare.

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