Un uomo, il cui vero nome non trapelerà se non a ridosso dell’epilogo, conduce fin dalla più tenera puerizia una battaglia senza quartiere contro il proprio encefalo, da cui sa bene di non poterne uscire vincitore senza subire simultaneamente la sconfitta. E viceversa. Il sole, il vino, le ragazze, insomma tutto ciò che allieta la vita dei suoi simili, riescono a provocargli emicranie capaci di ridurre la sua esistenza a una via crucis in cui martirizzato e martirizzatore convivono nella stessa carne. Il male non tralascerà alcuna via pur di raggiungerlo, altrettanto farà il malato pur di sfuggirgli. Il lettore, in tutto questo, sarà colui che ne uscirà peggio: quanto più il protagonista soffre tanto più egli ride. Se pur talvolta metterà in campo tutto se stesso per tacitare il buon umore e non mortificare chi intorno a lui piange a dirotto e si dispera, finirà immancabilmente per esplodere in una risata irriguardosa, testimoniando come non vi sia niente di più facile a questo mondo che non patire dell’altrui dolore.

Lodovico Licopodio, ingegnere e scrittore, è nato in Calabria, dove non vive né lavora. Che ciò abbia come corollario che sia morto, o più semplicemente improduttivo, è più che un ragionevole sospetto, tuttavia privo dell’avallo dei mesti funzionari dell’anagrafe, così come degli estroversi estorsori dell’ufficio tributi. Irrisolto rimane il dubbio su quale condizione tra le due sia la più ardua: se vivere senza lavorare o lavorare senza vivere. Possibile che Licopodio abbia ardito di perseguirle entrambe?

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