Il gigantesco condominio in cui abitava il professor Mopeddu aveva una particolarità: la pulsantiera del citofono era priva di nomi e ospitava un tastierino numerico su cui comporre il codice a quattro cifre relativo all’interno desiderato. Sam jr aveva due possibilità: partire dal numero uno e andare avanti a oltranza, oppure aspettare che qualcuno aprisse il portone e mettersi a vagare per il labirinto di corridoi nella speranza di ricordare quale fosse l’appartamento giusto. Ammesso che il professor Mopeddu fosse in casa.
Preferì mettersi a sedere su una panchina al centro della misera piazzetta sul lato opposto della strada e confidare che prima o poi avrebbe intercettato il professore nell’atto di uscire o entrare dal condominio. Aveva pillole alimentari a sufficienza per bivaccare lì fino a quel momento.
Per tutto il giorno Sam jr vide entrare e uscire centinaia di persone, ma del professore Mopeddu nessuna traccia. Quando scese la sera, si preparò alla notte spostandosi verso il lato interno della piazzetta e si sedette in terra, schiena contro un muricciolo e ginocchia contro il petto, in una zona male illuminata dove non avrebbe dato nell’occhio. Ad ogni buon conto tirò fuori il coltello dallo zainetto e lo nascose dietro la schiena.
Era in una posizione dalla quale riusciva a tenere sotto controllo l’ingresso del condominio. Il rumore del comando elettrico d’apertura e dello scatto della serratura, che ormai avrebbe riconosciuto tra altri cento, avrebbe richiamato la sua attenzione qualora qualcuno fosse uscito o entrato dal condominio mentre stava seguendo i propri pensieri. Intorno alla mezzanotte ritenne di potersi appisolare: il professor Mopeddu non era tipo da vagare per la città di notte. Poggiò la fronte sulle ginocchia.
Fu svegliato alle prime luci dell’alba dal rumore di un’autospazzatrice. Riguadagnò la panchina, sgranocchiò una manciata di pillole, e riprese la sua attività di vigilanza.
A metà mattina, dopo le diverse ondate di coloro che uscivano dal condominio per recarsi al lavoro, apparve nel riquadro del portone, tra le sbarre metalliche che ne proteggevano il vetro, un volto conosciuto. Fece appena in tempo a tuffarsi in avanti e nascondersi dietro un’automobile in sosta a bordo strada.
Avrebbe dovuto immaginarlo. Ma non lo aveva immaginato.

 

© Turi Totore