I genitori di Tom furono informati senza particolari accortezze della sorte toccata al figlio, il quale, dopo aver inciampato nella radice di un albero, aveva battuto la testa su uno spuntone di roccia morendo sul colpo. Era stato seppellito sulla collina perché questo, così avevano riferito i suoi amici, era il suo desiderio; ma era preferibile tacere la notizia alle autorità, per non attirare l’attenzione sulla comunità in un momento così difficile. L’uomo e la donna accolsero la notizia con il contegno a cui erano stati educati, ma non si trattennero dal pensare che le cose potevano essere andate in maniera diversa da come gliele avevano raccontate. Cionondimeno convennero sul fatto che la verità sarebbe potuta anche essere più dura da accettare.
In merito alla morte di Ketty fu imbastita a uso e consumo della polizia la versione dell’incidente. Lo squarcio era la conseguenza di un corsa sfrenata finita contro il filo metallico di una recinzione messa a protezione dei campi. La scomparsa di Tom sarebbe stata denunciata più avanti, quando vermi e piccoli predatori ne avrebbe disfatto il corpo quel tanto che bastava per nascondere le cause del decesso.
I funerali che si svolgevano a Palermo, alquanto rari visto che non esisteva la morte per vecchiaia, e perciò riconducibili a rarissimi incidenti o altrettanto inconsuete malattie incurabili, erano sempre stati affrontati con grande contegno e diventavano un’occasione per mettere alla prova le capacità di ognuno di tenere a freno le emozioni. Questa volta era diverso: c’era di mezzo l’uccisione di una bambina: un evento che non si era mai verificato da quando era entrato in vigore il Regolamento sul funzionamento della Comunità. Al punto che era legittimo chiedersi se dopo un fatto di tale portata potessero considerarsi ancora una comunità. Erano in molti a nutrire dubbi a tal proposito, pur non riuscendo a capire se fosse stata la morte della piccola Ketty a rompere l’equilibrio costruito con fatica nel corso di tre generazioni o fosse stata la rottura di quell’equilibrio a portare alla morte della piccola Ketty. Questa seconda possibilità tirava dentro tutti, perché ognuno, con il comportamento tenuto nei mesi precedenti, aveva contribuito a minare quell’equilibrio. Con un’aggravante: la consapevolezza che il sacrificio della piccola Ketty sarebbe stato vano, poiché nessuno, se si guardava dentro con onestà, immaginava di essere disposto a rinunciare alle abitudini acquisite di recente.
Il cimitero di Palermo ospitava una cinquantina di tombe, la maggior parte delle quali riconducibili al periodo antecedente la legge sulla liquidazione dei sessantenni, ed era recintato da una palizzata di legno come quelle che delimitavano i giardini delle case. Non era abbastanza capiente per accogliere tutti coloro che presero parte ai funerali, soprattutto per il bisogno di smentire se stessi e illudersi che la comunità esistesse ancora. Come tradizione erano presenti anche i bambini, affinché prendessero ad esempio il contegno che i propri i genitori erano in grado di mostrare anche in simili occorrenze. Ma questa volta le cose andarono diversamente

 

© Turi Totore