Sam jr si svegliò quando il sole era ormai alto. A quell’ora Francesco doveva aver già superato il limite esterno dell’abitato di Palermo, dopo aver camminato a passo spedito con il duplice obiettivo di mantenersi in forma e procacciarsi il necessario per la cena. Sam jr non sapeva che ora fosse, né aveva modo di appurarlo poiché non portava l’orologio al polso. Che senso avrebbe avuto farlo, se gli unici appuntamenti che aveva nel chiuso della casa erano con se stesso e non c’era modo di mancarli?
Si alzò e andò in bagno, dove si guardò allo specchio. Erano trascorsi quattro mesi e del vecchio cranio rasato non c’era più traccia. Francesco gli aveva assicurato che proseguendo di questo passo non avrebbe avuto bisogno di parrucche per uscire all’aria aperta. Aveva aggiunto che si avvicinava il momento in cui avrebbe potuto farlo senza correre il rischio di essere riconosciuto: bisognava solo attendere che la barba e i baffi crescessero a sufficienza per nasconderne buona parte del volto; un paio di occhiali scuri avrebbe fatto il resto.
Andò in cucina. L’orologio a parete segnava l’una e trenta. Da quando aveva deciso di limitare il caffè a una sola tazzina al mattino dormiva fino a tardi.
Quel giorno cedette all’impulso di farne seguire alla prima una seconda, e poi una terza. L’effetto del caffè, sommato alla prospettiva di potersi sottrarre tra non molto alla prigionia dell’appartamento, lo restituì a quello stato di sovraeccitazione che non provava da qualche tempo. Era lo stesso che lo aveva costretto a impegnarsi in attività di qualsiasi genere pur di scaricare l’energia in eccesso. Aveva trascorso le sue giornate da recluso facendo ginnastica; spazzando i pavimenti; lavando i panni; lucidando i pavimenti; stendendo il bucato; stirando lenzuola, mutande, pedalini; augurandosi che si rompesse qualcosa di fragile, in modo da essere costretto a incollare i cocci, o qualcosa di meccanico, che gli imponesse di smontare l’oggetto, studiarne il funzionamento, individuare il guasto e ripararlo.
Alcune settimane prima aveva staccato una ad una le fotografie dalle pareti della sala e della camera da letto di Francesco, assegnando a ciascuna di esse un codice univoco a quattro cifre che individuava la posizione esatta in cui ricollocarla. Aveva ridipinto le pareti con tre mani di pittura bianca e la casa era tornata, a detta di Francesco, ai livelli di luminosità di quarant’anni prima, “quando io e la mamma ci eravamo trasferiti qui da sposini dopo averla ristrutturata”.
Sam jr era rimasto sorpreso dalla richiesta di Francesco di non riappendere subito le foto, nonostante fosse talmente disabituato a una tale luce da essere costretto ad aggirarsi per casa inforcando occhiali con lenti brunite. Più d’una volta aveva rischiato di inciampare nel parallelepipedo formato dalle fotografie impilate sul tappeto al centro del soggiorno, molte delle quali sotto vetro.
Quella mattina, varcando la soglia della sala con il sapore del caffè amaro in bocca, Sam jr fu assalito per qualche istante dal dubbio che avesse sognato di svegliarsi ma in realtà stesse ancora dormendo della grossa. A suscitare questo pensiero senza senso fu la constatazione che non c’era più traccia del parallelepipedo che aveva dovuto scansare fino alla sera precedente.

© Turi Totore