(Palermo – Contea di Oswego – Ex Stato di New York)

Ho amato mio figlio dal primo istante in cui l’ho visto. Anche perché sapevo che sarebbe stato l’unico.
Avrei voluto averne due come tutti gli altri, ma c’era qualcosa nella mia conformazione o in quella di mio marito che faceva opposizione. Ci ho provato in tutti i modi – che in realtà si riducevano a semplici varianti dell’unico possibile – prima di ridimensionare le pretese: pur di avere almeno un figlio ero disposta a rinunciare ad averne due. Chiedevo ancora troppo? Evidentemente sì, se i mesi e gli anni continuavano a passare senza che il mio sogno si avverasse. Un sogno che temevo potesse trasformarsi in un incubo, che avrei dovuto affrontare in solitudine come ogni incubo che si rispetti. In parte stava già accadendo: mio marito non sembrava crucciarsi della nostra incapacità a riprodurci. Aveva il suo lavoro, la sua missione da compiere, e ciò era sufficiente a dare un senso compiuto alla sua vita. Non valeva la stessa cosa per me, che imputavo all’assenza di un figlio l’impossibilità di trovarne uno.
Ogni quindici giorni andavo a consulto dallo psicologo del villaggio, il quale mi ripeteva che il senso della vita non dipendeva dall’avere o non avere un figlio, giacché esistevano mille altri modi per sentirsi realizzati; portava esempi che in astratto condividevo, ma in concreto non riuscivano a scalzare l’idea che diventare madre fosse l’unica valida alternativa al non diventare niente. Quando il desiderio di maternità s’è trasformato in ossessione ho infittito le sedute; finché lo psicologo non ha gettato la spugna e mi ha indirizzato da uno strizzacervelli a cui non piaceva parlare né ascoltare, il quale mi ha prescritto uno psicofarmaco in gocce che ho iniziato ad assumere con regolarità. La sua teoria – che ha sintetizzato senza sforzo perché era già nata stringata – era che le gocce avrebbero costretto l’idea fissa ad allentare la presa lasciandomi libera di pensare ad altro; il risultato fu opposto: l’idea rimase lì senza cedere il posto, ma il mio modo di pensare e agire diventò meno convulso.
Ho persuaso mio marito a sfruttare le sue conoscenze per saltare la lista d’attesa  del più avanzato centro di ricerca del quadrante americano del nord-est in materia di fertilità. L’esito degli esami è stato sorprendente e inquietante al tempo stesso: non c’era alcun impedimento fisico alla possibilità che procreassimo. Ne trassi la seguente conclusione: se nessuno dei due, presi singolarmente, aveva disfunzioni, a non funzionare era la coppia. Un’idea difficile da accettare.
Io e mio marito ci conoscevamo fin da piccoli. Da bambini giocavamo ai fidanzatini, da fidanzatini giocavamo agli amanti, da amanti giocavamo a marito e moglie. Che fosse questo il problema? Aver smesso di giocare dopo esserlo diventati veramente? Aver rinunciato a immaginarsi un futuro che facesse da bussola al presente? Quale che fosse la ragione dovevo ammettere che la nostra storia era finita su un binario morto e lui non sembrava accorgersene. Una constatazione che mi mandava in bestia.
Una notte, mentre stavamo facendo l’amore, ho immaginato per dispetto di avere sopra di me un altro uomo. Nessuno in particolare: una sorta di fantasma in carne ed ossa, su cui facevo affidamento affinché mi ingravidasse.
Ho perseverato in questo gioco un po’ perverso vergognandomene in segreto; finché, a distanza di alcuni mesi, sono rimasta in cinta.
Ero al settimo cielo, con la ragionevole speranza di rimanerci a lungo dopo aver compreso che anche mio marito si trovava da quelle parti. Avevo appurato che desiderava un figlio con un’intensità pari alla mia, ma aveva preferito non darlo a vedere per non aggravare la situazione. Che fosse lui l’uomo immaginario con cui avevo fatto l’amore nei mesi precedenti? Pensai che se io stavo per diventare madre, lui era in procinto d’essere due volte padre.

© Turi Totore