In quel tempo ero reduce da un triennio di scontri all’ultimo sangue con il mio primogenito, il quale aveva qualcosa che lo rodeva ma non intendeva parlarne ad alcuno. Men che meno a suo padre, che giudicava indegno di potersi proclamare tale. Un vero padre non avrebbe avuto bisogno che gliene riferisse; un vero padre avrebbe compreso ogni cosa senza chiedere; poiché un vero padre intuisce ciò che passa per la mente di un figlio per via telepatica. Un vero padre è in grado di fare questo e molto altro, ma non certo un impostore come me.
A quanto pareva non ero all’altezza delle sue aspettative, la qual cosa era sufficiente per addossarmi la colpa di tutto. Ero l’unico responsabile dell’infelicità del mio ragazzo, che stava pagando il prezzo salatissimo di avere un padre che come telepate non valeva un accidente.
Abbiamo vissuto tre anni di conflitti durissimi: i suoi muti rimproveri erano schiaffi che mi colpivano ogni sera in piena faccia al mio rientro dall’ufficio; le mie sfuriate non sortivano altro effetto che indurlo a chiudersi in se stesso e farmi uscire dai gangheri. Mia moglie non aveva alternative al tentare di sviare la conversazione appiccando il fuoco alle tende del soggiorno, per il tripudio del suo fornitore di tessuti.
Un giorno, era l’altro ieri, ho pensato seriamente che fosse il caso di ucciderlo. Mi sono ripromesso di mettere in atto un ultimo tentativo al termine del quale, se non fossi riuscito a venire a capo del mistero, lo avrei preso a coltellate. Poi mi sarei tagliato le vene dei polsi e mia moglie avrebbe rovinato l’ennesima serie di tendaggi nel tentativo di tamponare le emorragie.
Come ogni sera, il primogenito mi stava aspettando stravaccato sul divano e mi guardava con la degnazione che si riserverebbe ad una blatta. Non ho reagito come di consueto scaraventando la borsa nella sua direzione. Ho preso una sedia, l’ho sistemata davanti a lui girata al contrario, e mi sono seduto con le braccia sulla spalliera come nei polizieschi americani. L’ho guardato senza battere ciglio per fargli capire che nei minuti successivi ci saremmo giocati il tutto per tutto. Poi gli occhi hanno cominciato a lacrimare perché soffro di congiuntivite e ho dovuto dare una passata di palpebre. Ciononostante lui ha capito. E io ho capito che aveva capito.
Ci siamo fissati vicendevolmente per qualche minuto e all’improvviso, come se attraverso i suoi nervi ottici fossi riuscito a leggergli nel cervello, ho compreso. E lui ha compreso che avevo compreso. Ciò che desiderava più d’ogni altra cosa era andare a studiare in America: sulla costa orientale per la precisione, a giudicare da come la pupilla alla mia destra si presentasse più dilatata della sinistra.
Non so se il vero obiettivo fosse quello di vivere il più possibile lontano da me, ma quando si desidera una cosa in quel modo vale soltanto il desiderio e il resto non conta nulla. Dopo tre anni di guerra di trincea ho capito per cosa stavamo battagliando. Un risultato poco esaltante a dire il vero, visto che non guadagnavo abbastanza soldi per assecondare il suo progetto e prendere coscienza del problema mi aveva messo di fronte all’impossibilità di risolverlo. Tre anni di stallo per arrivare a un punto morto. Niente male, vero?
Finché un giorno, per l’esattezza ieri, ho capito quale fosse l’unico modo per guadagnare i soldi che servivano: dovevo scrivere un best-seller: un libro in grado di vendere almeno 50.000 copie l’anno per quattro anni consecutivi.
Per farlo avevo bisogno di tre cose: un titolo in inglese per sfondare sul mercato americano: The Twist Brothers; uno pseudonimo di sicuro effetto (meglio due per raddoppiare le fortune di Elena Ferrante): Gina Lamotri e Mora Intagli; un esempio di scrittore di successo, che ho individuato in Stephen King. Ho scoperto grazie a internet che aveva venduto 500 milioni di libri e aveva esordito pubblicando un romanzo a puntate da cui era stato tratto un film.
Gli ultimi due dettagli mi hanno convinto. La pubblicazione di brevi puntate quotidiane mi avrebbe permesso di mantenere l’impegno coi lettori senza incidere sul mio lavoro di costruttore a tempo pieno di linee metropolitane e le opportunità economiche offerte dai produttori hollywoodiani non erano da sottovalutare.
Compiute queste scelte il più era fatto, non mi restava che affrontare il tema secondario della storia e dei personaggi. Ho immaginato che bastasse lasciar correre la fantasia e magari a un certo momento, per la precisione tre minuti dopo, avrei avuto l’idea giusta. Così è stato, come conferma l’apparato genealogico riportato nell’immagine che accompagna questo post.
Sono convinto che un giorno, diciamo da domani, comincerò a pubblicare a puntate il best-seller che ho in animo di scrivere per aiutare mio figlio a realizzare il suo sogno americano. Quei soldi mi servono a partire dall’estate del 2018, ma è opportuno muoversi per tempo. Non chiedetemi dove andrà a parare la storia perché al momento non lo so nemmeno io. Lo scopriremo nei prossimi 149 giorni.

Vostre Gina e Mora
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© Turi Totore