Escogitata da Ulisse nel suo viaggio di ritorno verso Itaca, la merinthophilia consiste nell’eccitarsi per la circostanza d’essere legati. La versione originale non è alla portata di chiunque perché presuppone di disporre di un’imbarcazione dotata di un cospicuo albero maestro e un impianto stereo capace di diffondere musiche celestiali ai quattro venti, spingersi in mare aperto, assoldare un branco di fotomodelle disposte a nuotare nude a diverse miglia dalla costa; tuttavia, con un po’ di spirito d’adattamento, si può ripiegare su una piccola deriva che permetta di ammanettarsi al boma e arruolare una volenterosa bidella bisognosa d’arrotondare, affinché rimanga a galla grazie a un costume gonfiabile che la trasformi in una creatura mitologica per metà bidella e per metà alalonga. Tra i due estremi c’è un mondo, anzi un oceano, nel quale navigare con spirito da ulisside senza ricalcare pedissequamente il dodicesimo libro che lo vede protagonista. Un vincolo soltanto rimane imprescindibile: la presenza di vincoli saldi e inesorabili sotto forma di lacci e laccioli che serrino i polsi, le caviglie, il corpo tutto.

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© Turi Totore