Si erano amati alla follia, come sanno amarsi solo i primi amori, ma poi si erano divisi, senza aver smesso di farlo, perché erano troppo giovani e s’illudevano che ad ogni nuovo amore l’accresciuta esperienza ne avrebbe aumentato l’intensità. Invece, dopo aver smarrito intenzionalmente l’uno le tracce dell’altra e l’altra le tracce dell’uno, nulla si era dimostrato all’altezza di ciò che avevano perduto.
Eccoli adesso, più vecchi di vent’anni, uno rimpetto all’altra, separati da una doppia coppia di porte che appartengono a due treni fermi sui binari della medesima stazione metropolitana. Si guardano come potrebbero guardarsi pesci prigionieri di due acquari accostati: come pesci non possono fare altro che aprire e chiudere invano la bocca, prima di schiacciare le labbra contro le insuperabili superfici trasparenti che si fronteggiano. Quando i due treni cominciano a muoversi in direzione opposte, non gli rimane che interpretare le parti del dottore e della dottoressa Zivago, condannandosi a coltivare nei lunghi anni di solitudine che seguiranno il dubbio irrisolto se la simmetria della scena l’abbia resa più malinconica o soave dell’originale.