Il convoglio frena bruscamente appena entra in stazione. I passeggeri, nessuno escluso, sbandano nella stessa direzione per poi tornare alla rinfusa nella posizione originaria. E’ tutto un fiorire di scuse, indirizzate perfino ai sostegni contro cui hanno cozzato i meno fortunati. L’atmosfera diventa meno conciliante quando il conducente apre le porte e, attraverso gli altoparlanti, invita i passeggeri a scendere. Per essere più persuasivo spegne le luci facendo piombare le carrozze nell’oscurità. Si riversano tutti in banchina nella convinzione di poter salire sul convoglio successivo. Quando gli altoparlanti specificano che la circolazione dei treni è interrotta e sarà istituito a brevissimo un servizio sostitutivo di bus in superficie, va in scena una contestazione di massa contro la municipalizzata. Non appena si scopre che il problema è ascrivibile a un tizio che si è gettato sotto il treno, la protesta scema e da corale si fa individuale. C’è chi rimprovera al suicida d’essersi suicidato. Chi ne contesta la scelta dell’ora o della fermata. Chi lo accusa di esibizionismo. Chi di fancazzismo. Qualcuno gli augura di aver sofferto tanto. Qualcun altro di sopravvivere tra atroci spasmi fino a quando ognuno dei presenti non avrà raggiunto il posto di lavoro.
Una sparuta minoranza, fingendo di spolverarsi il soprabito per non dare nell’occhio, traccia sul petto un impalpabile segno della croce.