Era una donna insignificante, nel senso più significativo del termine. Il suo corpo era la somma di parti singolarmente insignificanti che ad ogni addizione aumentavano la propria insignificanza. Eppure, a dispetto del suo conclamato scialbore, per alcuni mesi all’anno si scatenava una vera e propria competizione per sedersi alla sua sinistra. Le femmine non si cimentavano neppure, perché sapevano quanto i maschi sappiano essere privi di scrupoli nella lotta per la dominanza. Il vincitore del giorno, colui che riusciva ad accaparrarsi il posto era guardato dagli sfidanti con invidia e con rispetto: aveva vinto e poteva godere della vittoria. Che consisteva nel bearsi, in quelle giornate afose e calde, del venticello fresco che la donna generava a colpi di ventaglio, a beneficio di se stessa e di colui che le sedeva accanto.
Nei mesi freddi l’insignificanza della donna riprendeva il sopravvento e poteva capitare che qualcuno di coloro che fino a un mese prima era disposto a tutto pur di sederle accanto, le si accomodasse sulle ginocchia non essendosi avveduto della sua presenza.